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Recensione de “Il Traditore” di Marco Bellocchio

Il Traditore, ultimo film del regista Marco Bellocchio, è un meraviglioso compromesso fra un gangster movie alla Scorsese e una fotografia ben definita di una pagina della storia del nostro Paese.

Ambientato fra gli anni ‘80 e ‘90, Il Traditore narra la vita del boss mafioso Tommaso Buscetta, cominciando dalla fuga in Brasile agli inizi della guerra fra le cosche mafiose di corleonesi e palermitani. Pochi anni dopo, arrestato per contrabbando di droga, Buscetta viene estradato in Italia, su richiesta del magistrato Giovanni Falcone. Grazie alla forte personalità di Falcone, che trova buona sponda nei principi di “uomo d’onore” di Buscetta, il magistrato riesce ad ottenere una lunga serie di confessioni da quello che sarà ricordato come il primo pentito nella storia della mafia. Sulla base delle confessioni di Buscetta e dell’amico Salvatore “Totuccio” Contorno, viene istituito quello che passerà alla storia come “maxiprocesso”, il più grande processo ad esponenti di “Cosa nostra”. Il processo diventa in breve un metaprocesso: Buscetta e Contorno accusano la nuova mafia corleonese, rappresentata da Giuseppe “Pippo” Calò e da Salvatore “Totò” Riina, di essere venuta meno ai valori sociali dell’antica mafia palermitana introducendo il redditizio traffico della cocaina. Conclusi con una lunga serie di condanne i fatti del maxiprocesso, Buscetta diviene un personaggio della cultura popolare e rientra in America col ruolo di consulente dell’FBI nella lotta al contrabbando. Il suo ritorno in Italia avverrà solo dopo il 1992, alla morte di Falcone. Buscetta, infatti, con la volontà di recare un suo ultimo tributo al magistrato, deciderà di portare la sua testimonianza contro l’allora Senatore Giulio Andreotti. Il processo si svolgerà, tuttavia, rapidamente; e le accuse di Buscetta non reggeranno la breve requisitoria dell’avvocato di Andreotti che, facendo leva sulla scarsa credibilità del pentito, ne metterà in luce le contraddizioni oltre che il dubbio spessore morale. Il film si conclude con il rientro di Buscetta in America: qui vivrà sentendosi braccato, costretto più volte a cambiare residenza. È in queste ultime scene che troviamo una prospettiva nuova sulla vita di Buscetta. Non abbiamo più di fronte un eroe dalla vita romanzesca, ma piuttosto un anziano paranoico che incarna la delusione delle melliflue promesse della vita al di fuori della legalità.

Le letture di questo film sono molteplici, ma è evidente sin da subito che Bellocchio non è in alcun modo sedotto dalla visione romantica della mafia che spesso ha sviato la filmografia, creando idoli in personalità suscettibili, quantomeno, di una certa critica dal punto di vista morale. Bellocchio, anzi, bacchetta fortemente questa visione in un colloquio fra Falcone e Buscetta, quando il magistrato accusa il pentito di voler difendere una visione mitizzata della “vecchia e nobile mafia”, eliminando così dal film ogni sorta di mistificazione di quello che sarà profeticamente definito da Falcone “un fenomeno umano, destinato come tale a finire”.

Il film si qualifica come un efficacissimo racconto storico, che corteggia i grandi capolavori di Francesco Rosi senza imitarli: non senza una certa crudezza, restituisce allo spettatore la sistematizzazione efficace di una lunga serie di fatti storici che hanno, a loro tempo, forzatamente violato le vite degli italiani attraverso la televisione e ora riaffiorano ordinati e catalogati al cinema.

Questo racconto è memorabilmente inscenato in una delle migliori interpretazioni di Pierfrancesco Favino, nel ruolo di Buscetta. Questi, magistralmente diretto da Bellocchio, dimostra una capacità introspettiva del personaggio senza pari, destinata senza dubbio a rimanere nella storia dei film di mafia.

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